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Riparare la gomma continuando a pedalare...

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Muovere i primi passi in un percorso di apertura all’estero parte dalla constatazione di un’esigenza, quella di apprendere o migliorare una lingua (tipicamente, l’inglese). Nel mio lavoro di coach di inglese e francese, nell’ultimo anno ho osservato un aumento di richieste da parte di adulti che, dopo dieci o vent’anni di lavoro in Umbria si trovano improvvisamente a dovere (a volere!) apprendere l’inglese per riqualificarsi, e per essere in grado di interagire con clienti esteri. Che si tratti di guide turistiche, autisti di vetture con conducente, ingegneri, imprenditori, manager, o titolari di agriturismo, queste persone sono in genere accomunate da diversi tratti. Il primo, la constatazione della progressiva ed inevitabile impossibilità di continuare il proprio lavoro con le modalità di sempre. Molto spesso, questa constatazione ha il sapore dello shock: “ma come, dopo una vita intera di sforzi per costruirmi un lavoro ed una posizione devo rimettere tutto in discussione? Come posso, alla mia età, anche solo pensare di rimettermi sui banchi di scuola?”. Questo shock, sempre più diffuso, non può che generare ansia, incertezza, dubbi, paura (in alcuni casi, depressione, sconforto, e questo è purtroppo l’enorme prezzo umano che la crisi attuale sta esigendo dalle persone).

Nel mio lavoro di coach, questo è il primo passo in assoluto: comprendere questo fenomeno per sviluppare delle strategie di risposta e di azione. Capire, intanto, che si tratta di un fenomeno del tutto naturale: ciascuno di noi è alla ricerca di stabilità, di sicurezza, di punti di riferimento certi sui quali contare per non affogare in quel mare tempestoso che è il mondo del lavoro del 21° secolo: trovarsi a “buttare a mare la zavorra” non può che far nascere un notevole insieme di dubbi, perplessità, incertezze.

L’aspetto interessante, però, è che questo “guardare nel gorgo” diventa, con un metodo appropriato, una risorsa per uscirne e per rimettere la propria barca in condizioni di navigare. Quale metodo? Certamente non rimettendosi sui banchi di scuola: un’altra condizione che accomuna molti dei clienti che si rivolgono a me è quella di essere obbligati a “far crescere delle nuove coltivazioni continuando ad occuparsi di quelle vecchie”, come il potenziale cliente che ho incontrato recentemente, un accompagnatore turistico di mezza età il cui lavoro lo impegna per 40-50 ore settimanali e che ha compreso l’esigenza di indirizzare i suoi servizi ai turisti esteri in visita a Perugia e quindi di sviluppare una competenza di base di inglese che gli consenta di interagire efficacemente con questo nuovo mercato. In queste condizioni, è semplicemente impensabile il classico corso d’inglese – e per la mancanza oggettiva di tempo e, soprattutto, per un fenomeno di tipo motivazionale: come posso fare lo scolaretto per 4-8 ore la settimana quando sono già stanco, stressato, sotto pressione dagli impegni lavorativi e familiari?

La risposta che il coaching può offrire in casi come questo parte proprio dal risolvere il problema della motivazione: disporre delle energie necessarie per sviluppare nuove competenze, “riparare la gomma bucata continuando al tempo stesso a pedalare”. Sembra un paradosso ma non lo è se il percorso di sviluppo delle competenze è affrontato come un lavoro personalizzato, dove le attività messe in campo per apprendere l’inglese siano il più possibile vicine agli interessi (lavorativi o personali) del cliente. Sfruttare quello che chiamo “il fattore edonico”, in altre parole: fare qualcosa che ci da’ piacere. Un percorso di coaching quindi non può mai essere “standardizzato”, perché ciascuno è portatore d’interessi diversi. E non può “cadere dall’alto”, ma deve necessariamente essere il frutto di un dialogo e di un “contratto” tra il coach e il cliente. Qualcosa che viene costruito “dal basso”, e progressivamente, partendo dalle fondamenta (sembra assurdo, ma c’è anche chi costruisce le case partendo dal tetto), sviluppato poco a poco, fino a raggiungere l’obiettivo desiderato. Quando è possibile “negoziare” questo contratto direttamente in lingua inglese, il processo di coaching presenterà poi dei vantaggi innegabili su qualsiasi “pacchetto preconfezionato” di apprendimento della lingua: perché il “vestito” sarà stato fatto su misura e chi lo dovrà indossare avrà partecipato alla sua creazione. Con l’accompagnatore turistico, ad esempio, siamo riusciti ad individuare nella danza e nel contatto col turista estero due campi sui quali lavorare, e stiamo costruendo vere e proprie simulazioni nelle quali il sottoscritto, come coach, possa “interpretare i due ruoli del turista straniero in visita in Umbria e quello dell’“apprendista ballerino straniero” e il cliente possa, in inglese, simulare lo svolgimento del suo lavoro. A valle della simulazione, il coaching permette di riflettere sulle modalità concrete, effettive, di comunicazione del cliente mettendole a punto o, se necessario, ridefinendole in modo più profondo.

In questa fase, un aiuto importante viene dal processo di negoziazione degli obiettivi: stabilire dei traguardi il più possibile concreti, tangibili, misurabili da’ la possibilità di sapere dove si sta andando, di verificare i progressi fatti, di impegnarsi in una attività che è direttamente legata alla propria vita quotidiana e soprattutto, di tenere sotto controllo l’ansia che naturalmente il processo porta con sé. Alla fine del processo sarà necessario comprendere anche la natura fittizia degli obiettivi stessi…ma questa è un’altra storia.

 

AngeloFanelli*

 

*Ex docente Bocconi ed ex professore di Management e Risorse Umane in diverse business school statunitensi ed europee, Angelo Fanelli è nato a Perugia, dove vive e scrive libri (tra cui molto successo ha avuto il pamphlet ironico contro la globalizzazione intitolato “Fate Poco. Ovvero come un anziano settantaduenne mi convinse a mollare la gestione delle Risorse Umane per cercare una gestione umana delle risorse” (ed. liberopensatore.it, 2011), favole per bambini, spettacoli teatrali, e prodotti multimediali. Il suo ultimo libro uscito nel settembre 2017 si intitola “A Casa dello Yogi. Esperienze di yoga nell’ashram italiano (ed. liberopensatore.it). Professionalmente, Angelo (www.communicationskill.it) lavora da anni come coach di comunicazione in inglese e francese e consulente aziendale.

 

A Casa dello Yogi

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Può esserci una relazione tra mondo delle imprese e yoga?

Non è forse l’antica disciplina del subcontinente indiano qualcosa di “riservato” ai vari hippy, figli dei fiori e apocalittici vari del nostro tempo?

Come direbbe Di Pietro: “che c’azzecca?”.

C’azzecca, eccome.

Perlomeno per quanto riguarda il sottoscritto.

Approfitto della recente pubblicazione del mio nuovo libro, “A Casa dello Yogi: Esperienze di Yoga nell’Ashram Italiano” (edizioni liberopensatore.it) per stendere qualche riflessione in merito.

 

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Parto da una constatazione. Viviamo in nella cosiddetta “società della conoscenza”, dove purtroppo per “conoscenza” si intende prima di tutto conoscenza intellettuale: vale a dire, un insieme di cognizioni che, localizzate nella corteccia cerebrale, possono essere facilmente trasformate in “prodotti e servizi” attraverso il semplice uso di una tastiera (mi scuso per la semplificazione, chi volesse approfondire mi contatti e posso consigliargli diverse letture in merito).

Il punto che a volte dimentichiamo è che, purtroppo, non tutto può essere ridotto a questo livello di “conoscenza” e molto spesso ciò di cui sentiamo la mancanza nella nostra attuale società tecnologica è proprio qualcosa che trascenda da questo ambito.

Mi permetto di usare una storia citata dal grande neuro-scienziato V.S. Ramachandran nel suo libro “L’Uomo che Credeva di Essere Morto” (Mondadori 2012). Un antico mito indiano racconta che Brahma, il Dio della Creazione si trovò a mettersi le mani nei capelli poco dopo aver creato tutto l’Universo.

“Perché sei triste?”, chiese la sua consorte Saraswati. Purtroppo, pur circondato da fiori, uccelli, alberi, musica e la magnifica Gloria delle Amministrazioni Pubbliche Italiane, “gli uomini che ho creato non apprezzano affatto la bellezza della mia creazione, e senza questo apprezzamento, tutta la loro intelligenza non vale nulla” (il sospetto che forse sarebbe stato meglio fermarsi alla musica non sfiorò Brahma). Al che, la dea Saraswati reagì donando all’umanità l’arte. Il senso estetico, quindi, come “antidoto” o, se vuoi, come naturale riequilibrio di un mondo che non può essere fondato solamente sulle elucubrazioni intellettuali ma che ha bisogno di connettersi ad una sostanza, la bellezza, che incorpora non solo l’estetica, ma anche l’etica, la giustizia, e l’armonia.

Penso che a questo punto sia chiaro il succo del mio discorso: il buco nero del mondo contemporaneo, ed in particolare il mondo delle aziende, è una “genetica” diffidenza, quando non una vera e propria idiosincrasia, per tutto quello che non è misurabile, quantificabile, trasformabile in cifre e lettere tangibili. Uno degli elementi che appartengono a questo dominio è il corpo, e con esso l’equilibrio e l’armonia della persona che lo abita – e per questo è diventato quasi un archetipo della nostra società l’uomo di successo dal punto di vista professionale che vive una esistenza miserabile dal punto di vista familiare, sociale, amicale, quando non direttamente dal punto di vista della salute fisica e mentale.

Riconnettersi a questa dimensione – una dimensione dove non ci sono obiettivi da raggiungere, dove la velocità è meno importante della gentilezza, dove la non-violenza è privilegiata rispetto alla aggressività, dove la priorità è quella di uno sviluppo equilibrato e di un altrettanto paziente lavoro sulla guarigione dalle innumerevoli malattie che affannano il nostro tempo – può, paradossalmente, aiutare il mondo aziendale a crescere in modo più sano. E soprattutto, a fare in modo che chi quel mondo lo vive quotidianamente – i manager, gli imprenditori, i lavoratori, i sindacalisti (lasciamo da parte i politici, che si nutrono di altre materie) – possa prendere decisioni appoggiandosi ad un proprio equilibrio interiore fondato sulla serenità e sulla salute. Gli antichi latini dicevano “mens sana in corpore sano”, ed estendendo questo detto alla nostra società è impensabile una “società della mente” sana quando il corpo delle persone che la compongono è malato, stressato, afflitto da mille ed una condizioni patologiche.

Il libro A Casa dello Yogi parla di questo, e lo fa in prima persona perché dopo vent’anni come specialista di leadership e management mi sono trovato nella condizione di voler individuare delle vie d’uscita alla malattia che, nel frattempo, mi aveva colpito – e nel trovarla in una pratica come quella dello yoga. Questo volume è il racconto della mia esperienza di sei anni con la pratica dello yoga, oltre che un esperimento con la distribuzione via internet poiché il volume è acquistabile, al momento, solamente QUI (spedizione gratuita in tutta italia):

 

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Spero che possa essere d’aiuto a chi è convinto che il successo professionale non possa essere scisso dal successo personale.

 

AngeloFanelli*

 

 

 

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*Ex docente Bocconi ed ex professore di Management e Risorse Umane in diverse business school statunitensi ed europee, AngeloFanelli è nato a Perugia, dove vive e scrive libri (tra cui molto successo ha avuto il pamphlet ironico contro la globalizzazione intitolato “Fate Poco. Ovvero come un anziano settantaduenne mi convinse a mollare la gestione delle Risorse Umane per cercare una gestione umana delle risorse”, ed. liberopensatore.it, 2011), favole per bambini, spettacoli teatrali, e prodotti multimediali. Professionalmente, Angelo lavora da anni come coach di comunicazione in inglese e francese e consulente aziendale.

 

Vuoi renderti infelice? "Fidati solo di ciò che conosci"

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L’idea di “aprirsi all’estero” può sembrare un semplice slogan. Provo a svilupparla, per dare qualche indicazione concreta per imprenditori e lavoratori interessati a questo obiettivo. In questa sede, mi interessa parlare di uno strumento molto potente per perseguire con successo la finalità di aprirsi all’estero: il coaching.

Sul piano degli obiettivi, mi sembra chiaro che se l’economia locale è stagnante (e quella Umbra è, per quanto possa essere paradossale, più stagnante di quella dell’Italia intera), le soluzioni vanno cercate prima di tutto al di fuori dei “mercati tradizionali”. Che si tratti di agriturismi, della ricerca del lavoro per un neolaureato, o di clienti per un professionista, mi sembra chiara la necessità di “aprire nuove strade”, ad esempio: contattare vacanzieri attraverso canali diversi dal solito (da qui l’esplosione del web), smettere di inviare centinaia di curriculum alle solite liste di aziende italiane, proporre i propri servizi professionali su piattaforme o con modalità innovative.

Rimanere stolidamente attaccati a “ciò che ha funzionato nel passato” può rivelarsi una strategia suicida e penso che in gran parte l’attuale stagnazione umbra ed italiana siano spiegabili con un ostinato attaccamento ad abitudini ormai inefficaci. Uno degli elementi che, a mio parere, sono più cristallizzati nella cultura umbra è l’atteggiamento (ottimo, se sei nel dodicesimo secolo e le persone si conoscono tutte, un po’ meno se volente o nolente vivi in un mondo globalizzato dove le persone viaggiano) di “fidarsi solo di ciò che si conosce”: interagire con interlocutori dei quali sappiamo prevedere le reazioni, perché ci abbiamo interagito in passato. Pur se rassicurante, questo atteggiamento fa sì che si escludano automaticamente dal proprio “raggio visivo” proprio quei campi dai quali emergono più promettenti le opportunità. Andare oltre questo “conservatorismo delle relazioni”, rompere lo schema del “si è sempre fatto così” diventa allora il primo passo per costruire qualcosa di diverso. Faticoso, certo, perché è impossibile dare per scontato “l’altro”. Ma promettente.

Nel mio lavoro di coach di comunicazione in inglese, incontro sopratutto clienti che sono giunti a questa constatazione: se voglio che la mia situazione (aziendale o professionale) cambi, devo cambiare prima di tutto io stesso, a partire dalla mia maniera di comunicare.

Da qui, si entra in un territorio sconosciuto, perché interagire con “lo straniero” comporta prima di tutto se non abbandonare almeno rendere più flessibili i propri schemi consolidati di comunicazione con l’altro. Se possiedi un agriturismo in Umbria e t’interessa che questo business si sviluppi, non puoi sederti sulla favoletta del cuore verde e dell’Umbria mistica e aspettare prenotazioni, ma devi dare un servizio che soddisfi una clientela sempre più eterogenea, che può provenire indifferentemente da Vigevano o da Shanghai, e quindi devi essere in grado di soddisfare sia la classica casalinga lombarda che il Sikh col turbante. Se hai in tasca una laurea in ingegneria o in economia, non puoi partire dal concetto che “gli amici degli amici” ti trovino un posto, ma devi comprendere i tuoi punti di forza, i tuoi obiettivi di crescita professionale, trovare un contesto nel quale i primi possano essere apprezzati, e i secondi soddisfatti, e convincere il tuo interlocutore che c’è un incontro potenzialmente fruttuoso da esplorare.

Incidentalmente, mantengo la promessa fatta nell’articolo precedente e spiego perché è sciocca la frase fatta che “l’Università non prepara al mondo del lavoro”. E’ una sciocca frase fatta perché l’Università non deve e non può “preparare al mondo del lavoro”, perché il suo compito è fornire cognizioni, schemi di lettura, e non esperienze pratiche. La parola chiave è appunto questa: esperienza. Esperienza, dal latino experior: mettersi alla prova, sperimentare, misurarsi, tentare, affrontare.

L’esperienza, cioè un’azione concreta all’interno di una situazione non nota precedentemente, è ciò che ci permette di costruire modelli di reazione e di interazione con l’altro, mentre la conoscenza “teorica” (quella alla cui trasmissione è dedita l’Università) ci consente di interpretare le situazioni, dargli un senso dopo che si sono materializzate.

Se da una parte quest’affermazione ci dà la misura del funzionamento di alcune aziende italiane (povere “fornitrici di esperienza”, a voler essere gentili), dall’altra ci indica anche che il primo strumento per “aprirci all’estero” e “sviluppare relazioni nuove con partner al di fuori del contesto conosciuto” è creare e vivere delle esperienze. Nel mio lavoro, la totalità dei clienti arriva dopo essere rimasta insoddisfatta dei classici “corsi di inglese” – e la ragione di questa insoddisfazione è che un corso di inglese può trasmetterti la conoscenza della lingua, ma non può farti sviluppare la capacità di impiegarla correttamente. Puoi sapere “cosa” dire, in altre parole, ma non sai “come” dirlo – e quando stai affrontando un colloquio di lavoro in inglese ciò che interessa l’intervistatore è proprio la tua capacità di sbrogliartela con una situazione di fronte ad un interlocutore sconosciuto, convincendolo dei tuoi meriti.

Negli anni, ho sviluppato un metodo di coaching che ha come obiettivo proprio l’acquisizione di esperienza, più che la trasmissione di teorie e concetti. Vuoi affrontare con successo un colloquio di lavoro? Più che studiare, serve praticare. Sottoporti a delle situazioni il più possibili simili a quella reale che andrai ad affrontare, per il maggior numero possibile di volte, in maniera tale che quando ti troverai ad affrontare la “realtà reale”, l’intervista vera, quella che determina se sarai o meno assunto, i tuoi schemi comportamentali (la tua capacità di reazione a degli stimoli che sono sostanzialmente impossibili da prevedere in anticipo) si indirizzeranno da soli verso la reazione “giusta”. Perché avrai già sperimentato la situazione molte volte prima, e saprai osservare il tuo interlocutore, comprendere cosa sta chiedendoti, e saprai anche dire di no se la situazione o i tuoi obiettivi personali lo richiedono. Da questo punto di vista, il coaching è un ottimo strumento per sviluppare competenze di relazione (io mi occupo di relazioni di business con partner esteri, ma il coaching negli ultimi anni ha avuto successi strabilianti in moltissimi campi, dallo sport, allo sviluppo personale, all’arte, alla psicologia) perché è basato su un modello che non è quello della trasmissione di nozioni, quanto piuttosto quello della creazione di un contesto in cui sia possibile simulare in maniera sicura una situazione reale, e quindi acquisire esperienze, rifletterci sopra, ed espandere la propria capacità di risolvere sfide nuove. Il coach non è un insegnante, perché non ha nulla da insegnare. Il coach (dal francese “coche”, carrozza), è uno strumento che “ti tras-porta” da un luogo (il tuo attuale insieme di competenze) ad un altro: le competenze di relazione che ti mettono in grado di interagire anche con persone sconosciute in situazioni mai sperimentate prima. In quanto tale, il coaching è uno strumento in grado di farci uscire dal pantano della stagnazione.

Business as unusual: a situazioni eccezionali, risposte eccezionali

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L’Italia è in crisi, l’Italia centrale è in crisi, e l’Umbria è in crisi….ma ancora di più. Rispetto a tutti gli indicatori, la nostra regione affonda di più, ed anche i segretari delle maggiori firme sindacali, con un’intervista uscita qualche giorno fa, non fanno che confermare la gravità della situazione. Lasciamo per un istante da parte il dibattito politico: da quella parte fortunatamente non può uscir nulla per l’ovvia ragione che politici ed amministratori regionali vivono troppo comodamente per sentire l’urgenza della situazione e quindi porvi rimedio. Dico “fortunatamente”, perché per politici ed amministratori “fare qualcosa salvare la nave che imbarca acqua” in genere equivale a fare buchi sul fondo (due per tutti, Ikea e Decathlon), quindi credo sia meglio per tutti che i loro interventi si limitino a roboanti dichiarazioni e spaginate a quattro colonne.

Parliamo invece con coloro che l’economia la fanno – a quelli che producono qualcosa di concreto: imprenditori (cioè quelli che vivono creando e vendendo soluzioni ad un qualche problema del consumatore o dell’utente), lavoratori (cioè quelli che vivono mettendo le proprie capacità al servizio di altri in maniera organizzata per raggiungere un fine comune), professionisti (cioè quelli che vivono indicando ai primi e ai secondi come migliorare la loro maniera di lavorare) e sindacalisti (cioè quelli che vivono dando una mano a rendere più giusta la ripartizione dei vantaggi del lavorare insieme).

Credo che questi quattro soggetti dovrebbero riflettere prima di tutto su un punto: se quella che l’economia umbra sta vivendo è una situazione straordinaria (cioè non-ordinaria, non comune, inattesa, imprevista, diversa dal passato), non se ne esce con soluzioni ordinarie. Serve un cambiamento rispetto alla nostra normale maniera di agire. Alla nostra: non “dei politici”, non “degli amministratori”, non degli “altri”, ma di noi stessi. Ciascuno che sia realmente interessato a mutare l’attuale stato delle cose ha il dovere di guardare in casa propria. Personalmente sono convinto che la radice del problema sia nell’apertura all’estero, per cui mi limito a fare osservazioni su questo (è probabile che si possano estendere anche al contesto indigeno, ma in questa sede non lo faccio). L’imprenditore, che si rivolga all’”estero interno” (ad esempio attraverso il turismo in Umbria, l’immobiliare, l’accoglienza, ecc.) o all’”estero-estero” (ad esempio nell’agroalimentare, ma anche nell’elettromeccanica avanzata, nella meccatronica, ecc.) ha il dovere di chiedersi: “quanto a lungo sarò in grado di mantenere il modello di business che mi ha fatto arrivare fin qui?” Per i più fortunati, la risposta è: “abbastanza a lungo da studiarne ed implementarne uno nuovo”, mentre per gli altri è “troppo poco per evitare di essere messo sotto questo rullo compressore”. In entrambi i casi, siamo in una situazione di emergenza, con la sola differenza che nel secondo è un’urgenza che deve solo portare a minimizzare le perdite ed uscire onorevolmente da una situazione irrimediabile, mentre nel primo si tratta di un’urgenza che può (e deve!) trasformarsi nella motivazione a battere con forza strade nuove e ad abbandonare vecchie abitudini. Un esempio per tutti: riuscire a dare fiducia a persone assunte non sulla base di rapporti di amicizia o “conoscenza” (termine veramente paradossale, se ci si pensa bene) ma sulla base di competenze misurate – un mutamento che richiede, ovviamente, che l’imprenditore sia in grado di rispondere alla domanda: “tu, dove vuoi andare con la tua impresa?” e di conseguenza sia in grado di identificare (da solo o con l’aiuto di professionisti) le competenze necessarie alla nuova rotta da seguire, di trovarle sul mercato (e non tra i propri “conoscenti”), di selezionarle, e, certo, “scommettere” su delle persone “sconosciute” sapendo che l’ignoto non nasconde solo mostri terribili ma anche delle belle sorprese. Nel mio lavoro di coach e consulente aziendale ho incontrato diversi imprenditori di questo tipo – in genere, si tratta di persone timide al cui interno brucia una qualche passione non condivisa (o magari invisa) da altri, che a volte rasenta l’ossessione, e sono quindi sufficientemente marginali rispetto al “business as usual” umbro da potersi permettere veramente di rischiare. Un esempio per tutti, Giovanni Cenci, giovane vignaiolo resistente in San Biagio della Valle (PG). Eredità non facile, una famiglia di vignaioli da quattro generazioni, Giovanni ha deciso di fare una cosa molto inusuale per il panorama umbro: studiare. Formarsi, per acquisire competenze radicalmente nuove, innovare il prodotto, e portare l’azienda agraria di famiglia nel terzo millennio. Due anni di esperienza con degli “sconosciuti”, i vignaioli di Bordeaux, e di confronto con “l’estero” e con modi di vivere, vedere, e produrre vino completamente diversi da quelli radicati da generazioni nella terra Umbra. Due anni che hanno consentito a Giovanni di acquisire competenze nuove, trasformare radicalmente la propria visione, e con essa il prodotto, l’azienda, e, alla fine, proporre un nuovo modo di vivere il vino, con vendemmie notturne, incontri musicali, mostre, teatro, creando una piccola comunità di aficionados che sostiene le Cantine Cenci. Coniugando scienza enologica, arte contemporanea, architettura, un impegno politico radicalmente “no-global”, e soprattutto l’umiltà di voler apprendere qualcosa che non conosceva prima, Giovanni ha accumulato premi (l’ultimo, Slow Wine 2017, Gambero Rosso 2016, ecc.) ma soprattutto ha dimostrato che il rullo compressore può essere scartato con successo e, magari, cavalcato con piacere.

 

AngeloFanelli*

 *Ex docente Bocconi ed ex professore di Management e Risorse Umane in diverse business school statunitensi ed europee, Angelo Fanelli è nato a Perugia, dove vive e scrive libri (tra cui molto successo ha avuto il pamphlet ironico contro la globalizzazione intitolato “Fate Poco. Ovvero come un anziano settantaduenne mi convinse a mollare la gestione delle Risorse Umane per cercare una gestione umana delle risorse”, ed. liberopensatore.it, 2011), favole per bambini, spettacoli teatrali, e prodotti multimediali. Professionalmente, Angelo lavora da anni come coach di comunicazione in inglese e francese e consulente aziendale.

La spaventosa battaglia delle competenze

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Nel mio ultimo contributo (pubblicato anche su Umbria24), ho affermato che la sfida attuale per lavoratori ed imprese della nostra regione consista nell’aprirsi all’estero attraverso un cambiamento radicale e concreto del nostro modo di interagire. Che si tratti di un colloquio di lavoro in lingua, o dello sviluppo di alleanze di business con imprese estere, ho affermato nell’articolo, il primo passo è la disponibilità ad apprendere e sopratutto a “disimparare abitudini e modi di fare che non hanno senso nel contesto attuale”. Parto da qui per chiarire più concretamente di cosa si tratti.

La necessità di modificare le proprie abitudini è una condizione comune a tutti i clienti che incontro nel mio mestiere di coach di comunicazione in inglese e francese. Che si tratti d’imprenditori, professionisti, consulenti, di studenti universitari o di laureati, tutti si scontrano con quest’ostacolo. Ad un primo impatto, tutti trovano “difficile” proprio l’atto iniziale (più avanti spiego che la difficoltà non esiste, in realtà): disimparare, ed aprirsi a nuove e più efficaci modalità di comunicazione per raggiungere i propri obiettivi, per superare il colloquio di lavoro, stringere una alleanza con un’impresa estera, condurre a buon fine una trattativa.

Un caso recente può fornire un ottimo esempio di questo fenomeno e di come superarlo. Da circa sei mesi, sto aiutando uno studente asiatico residente in Umbria a prepararsi ad affrontare il test di ammissione in inglese alla Facoltà di Economia (si, sembra miracoloso ma esistono anche università italiane che offrono corsi di laurea tenuti unicamente in inglese). Ho chiesto al brillante giovane studente di spiegarmi la sua idea di quali siano le competenze richieste per superare con successo il test, che include anche un esame orale. La prima risposta, comune (ed altrettanto errata) alla gran parte dei miei clienti, è stata “l’inglese, ovviamente”. La seconda, “la conoscenza delle materie di studio”. In realtà, entrambe le risposte si basano su una comune, ed errata convinzione: che l’ingrediente fondamentale per avere successo sia nel bagaglio di conoscenze a disposizione della persona. Utilizzando un’analogia, gran parte delle persone è convinta, sbagliando, che il successo nel lavoro o nello studio dipende da “quanti Gigabyte di conoscenze” siano accumulate nel proprio “hard disk”. Errore importante: oltre al fatto che un nuovo lavoro, o un nuovo ruolo da universitario, o da partner di un’impresa estera comporta necessariamente l’acquisizione ex novo di conoscenze specifiche all’attività che si andrà a svolgere (e magari l’obsolescenza di quelle già possedute), lo sbaglio sta in una concezione distorta di cosa sia in effetti una competenza, o una skill, come viene chiamata in inglese. Che si tratti di un esame di ammissione, un colloquio di lavoro, o un business meeting, è la competenza ciò che l’interlocutore ha più interesse a verificare, a testare. Per continuare con l’analogia: non è la capacità dell’hard disk, ma la funzionalità del software installato. Ed è quindi sulle competenze che occorre in primo luogo riflettere ma anche (e sopratutto) lavorare. Per poterle migliorare, modificare e, se del caso, acquisire ex-novo. “Secondo te, quali sono le competenze critiche per superare con successo il tuo esame di ammissione?”: questa domanda ha lasciato il mio diligente studente asiatico basito. C’è rimasto di stucco, perché una volta chiarito che l’inglese e le materie di studio non hanno nulla a che fare con le competenze, lo studente non era in grado di comprendere cosa gli stessi chiedendo, né riusciva a trovare dei riferimenti validi nella sua esperienza. Il passo successivo è stato ripetere la domanda impiegando questa volta una definizione un po’ più specifica: “quali pensi che siano le competenze necessarie per superare l’esame a livello intellettuale, emotivo e fisico?”. La risposta, ancora una volta, ha rivelato una concezione molto interessante, tra l’altro condivisa da moltissimi dei miei clienti: “ti riferisci al sorridere quando affronto l’esame orale? Al fatto di essere simpatici durante il colloquio?”. Nuovo imbarazzo quando ho spiegato che interagire con un interlocutore che ci sta valutando richiede un insieme complesso di skills: le capacità fisiche di muovere la muscolatura della bocca e della gola per ottenere una pronuncia corretta e in generale di accompagnare ciò che si dice con una postura, un tono di voce, uno sguardo che rinforzino il messaggio (non a caso, una delle competenze critiche di un qualsiasi selezionatore del personale è saper “leggere” la comunicazione non verbale del candidato); capacità emotive di gestione dello stress implicato in un colloquio di valutazione e di richiamo della propria storia personale, per renderla convincente, “vera”; capacità intellettuali di analisi critica di ciò che l’altro ci sta dicendo, di confronto dialettico (questo è incomprensibile in Italia, paese dove si premia soprattutto la sottomissione ai superiori, ma all’estero una delle competenze più apprezzate è la capacità di esprimere critiche costruttive a ciò che dice la persona che ci sta valutando) e sopratutto di sintesi. Usando una metafora: essere in grado di “andare oltre gli alberi per vedere la foresta”. Da ultimo, la skill più importante, che coinvolge intelletto, fisico, ed emozioni: saper entrare in una relazione empatica con l’interlocutore, comprendendo ciò che ci sta realmente chiedendo.

Ribadisco: che si tratti di uno studente, un neolaureato, un professionista, un imprenditore, un’azienda o l’economia di una intera regione come l’Umbria, superare la crisi richiede principalmente la disponibilità a mettersi in gioco per sviluppare competenze: imparare a fare, ad agire, in modo diverso da quello al quale siamo abituati e col quale siamo confortevoli – ed è questa la ragione per cui gran parte delle persone trovano “difficile” incamminarsi su questa strada. Molti finiscono così per lasciar perdere, ritraendosi nel proprio “spazio sicuro” e consolandosi con delle spiegazioni che chiamano in causa insormontabili ostacoli esterni. Alcuni però accettano la sfida, come il mio giovane studente asiatico. Nel prossimo pezzo cercherò di chiarire in che modo, attraverso il metodo del coaching, si possa lavorare sulle competenze e, incidentalmente, spiegherò perché lo slogan che “l’Università non prepara al mondo del lavoro” sia una sciocchezza pazzesca.

Nel frattempo, però sarebbe forse il caso che anche noi umbri cominciassimo a chiederci se siamo veramente disposti a metterci in gioco, a disimparare, a metterci al lavoro con intelletto, corpo ed emozioni per trasformare l’economia della nostra amata regione in un progetto che tenga veramente la strada.

AngeloFanelli*

 *Ex docente Bocconi ed ex professore di Management e Risorse Umane in diverse business school statunitensi ed europee, Angelo Fanelli è nato a Perugia, dove vive e scrive libri (tra cui molto successo ha avuto il pamphlet ironico contro la globalizzazione intitolato “Fate Poco. Ovvero come un anziano settantaduenne mi convinse a mollare la gestione delle Risorse Umane per cercare una gestione umana delle risorse”, ed. liberopensatore.it, 2011), favole per bambini, spettacoli teatrali, e prodotti multimediali. Professionalmente, Angelo lavora da anni come coach di comunicazione in inglese e francese e consulente aziendale.

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